Novanta secondi.

di Angel Galli

Novanta secondi.

Cosa può succedere durante i novanta secondi di una bella domenica d’autunno? Di sicuro si può guardare uno spot pubblicitario, o magari ascoltare una canzone; forse si riesce a fare rifornimento di carburante al distributore, oppure provare a battere il record mondiale di salto in lungo, o addirittura segnare il gol decisivo per vincere una partita di calcio.

Quel 23 novembre molti decisero di approfittare della temperatura mite per fare una scampagnata, una gita fuori porta, o semplicemente per godersi il sole sorseggiando una bibita con gli amici del bar. L’ultimo saluto dell’estate prima dell’arrivo dell’inverno regalò a tutti momenti di serenità, tanto importanti quanto per molti faticosamente ritagliati.

L’Italia viveva un periodo durissimo della propria storia: il terrorismo eversivo colpiva con allarmante frequenza e le sue vittime si moltiplicavano, generando conflitti e tensioni che rischiavano di scavare un solco incolmabile tra le varie anime del Paese, già provate dal conflitto sociale acuito dalla massiccia ondata di licenziamenti e cassa integrazione annunciate da FIAT un mese prima, e dalla battaglia sindacale, perduta, per la difesa di quei posti.

Io ricordo bene quel periodo; a quel tempo ero solo un bambino ma ho ancora davanti agli occhi i posti di blocco, i soldati con le mitragliatrici spianate, e le manifestazioni sindacali, sempre più disperate e violente. Non ricordo però quel 23 novembre 1980: le cronache del tempo raccontano quella sonnacchiosa domenica, insolitamente calda per la stagione, piena di secondi da riempire con i piccoli piaceri della vita: sole, buon cibo, compagnia, risate, serenità.

Fino alle 19:35.

Novanta secondi che rasero al suolo interi paesi, provocando circa tremila morti, novemila feriti, trecentomila senza tetto,  e che colpiva al cuore l’Irpinia e la Lucania, due regioni dello stesso profondo Mezzogiorno d’Italia, sperduto e depresso, mirabilmente descritto da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”, e dove “la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo.”

Quella terra disgraziata venne ignorata ancora una volta; nelle prime, drammatiche ore, non si riuscì ad avere un quadro chiaro della reale situazione e le notizie che giungevano dalle zone terremotate erano scarse, frammentarie e persino errate. I primi telegiornali della sera riportarono di “una scossa di terremoto in Campania, 10 chilometri ad est di Eboli”, senza specificare null’altro, data la quasi totale interruzione delle comunicazioni;  in quelle ore convulse tutte le telescriventi delle sedi ANSA sul territorio nazionale riportavano i danni subiti in tutte le zone d’Italia: quelle delle zone più colpite rimasero mute.

Dopo un’intera notte di confusione, solo la ricognizione aerea con gli elicotteri militari permise, il mattino del giorno successivo, di rendersi conto della reale entità della tragedia: interi paesi erano stai letteralmente cancellati, rasi al suolo dalla furia distruttiva della scossa.

Pescopagano, Laviano, Teora, Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto, Santomenna. Praticamente non esistevano più, ed i sopravvissuti si trovarono soli ad affrontare la tragedia.

Il Sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi, uno dei comuni più colpiti, morì sotto le macerie. Il nuovo sindaco venne eletto dal Consiglio Comunale sotto una tenda in mezzo al fango della pioggia autunnale.

Il caos e l’improvvisazione erano così grandi, che il 25 novembre il Presidente Sandro Pertini decise di recarsi personalmente nei luoghi del disastro, ed al ritorno denunciò con forza, in un discorso alla televisione rivolto a tutti gli Italiani, l’intollerabile ritardo nei soccorsi. Le sue parole portarono alle dimissioni del Prefetto di Avellino e del Ministro dell’Interno, fino al titolo del quotidiano “Il Mattino” che, apparso il 26 novembre, è passato alla storia nella sua drammaticità, tanto che la pagina è esposta in alcuni musei di tutto il mondo quale documentazione dell’evento.

Le accorate parole del Presidente mobilitarono però anche migliaia di volontari, che in un immenso slancio di generosità, si prodigarono per fornire aiuto alle popolazioni delle zone terremotate. La Protezione Civile come la conosciamo oggi era ancora lungi dall’essere una realtà e non consentiva di coordinare in alcun modo il soccorso; ma in quel frangente associazioni di partito, sindacati, parrocchie, l’Azione Cattolica, gli universitari ed i gruppi spontanei, persino le associazioni di amatori, si unirono ai reparti delle Forze Armate e parteciparono dello sforzo immane di raggiungere le aree colpite e fornire sollievo ad un territorio segnato anche dal crollo di ponti, strade, infrastrutture elettriche e di comunicazione.

Lina Wertmuller nel suo documentario del 1981 (“Era una domenica sera di novembre”), lì racconta così i volontari:

«Sono arrivati a centinaia da tutte le regioni questi volontari. I giovani sono la presenza più massiccia e notevole. Questi volontari sono l’ossatura segreta del Paese, quelli che non aspettano la lentezza della burocrazia, i ritardi delle autorità ufficiali, che passano sopra le divisioni politiche, che affrontano qualunque situazione drammatica con la voglia di rendersi utili e di aiutare.»

Oggi a quarant’anni di distanza, in quelle giornate che raccontano di uno Stato incapace di coordinare i soccorsi e governare la solidarietà di una Nazione intera verso un popolo sempre dimenticato, il ricordo degli uomini che si spesero fino allo sfinimento, non deve sbiadire.

Il mio ricordo delle immagini e dei telegiornali della RAI, che proprio in quegli anni cominciava a raccontare il nostro Paese con le dirette televisive, è ancora vivido: i cumuli di macerie, le espressioni smarrite dei sopravvissuti, la stanchezza, la confusione e l’improvvisazione dei soccorritori che scavavano a mani nude in mezzo al fango autunnale, appartengono ad una Nazione che non è ancora scomparsa, nel bene e nel male, nelle miserie e nella grandezza, nella paura e nel valore.

Di tutto ciò che è accaduto dopo quei terribili giorni, io scelgo di non parlare: le polemiche sulla ricostruzione, le inchieste e le commissioni parlamentari d’inchiesta non mi interessano, perché nonostante tanti episodi e problemi che hanno riguardato la ricostruzione, lo slancio dei soccorritori è un patrimonio concreto dal quale ripartire per ricostruire non solo case, strade ed infrastrutture, ma soprattutto un tessuto sociale basato su solidarietà, resilienza  e memoria condivisa.

Non dimentichiamo.

“Il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi

(Sandro Pertini)

https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Terremoto-Irpinia-1980-il-discorso-di-Sandro-Pertini-agli-italiani-Aiutate-i-vivi-e40d4dac-3b6e-405c-9ff3-996ebe20c6ca.html

1 thought on “Novanta secondi.”

  1. Ora siamo nelle stesse condizioni tragiche . Ma non c’è più la solidarietà tra le persone come allora!!!! Novanta secondi per arrivare al suicidio. Oggi. Il giorno contro la violenza sulle donne. Anche questa fame e violenza psicologica!!! Delle più atroci

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