Lo Spazio e la Protezione Civile

di Davide Nejoumi (con la redazione di Alessia Bonino)

La Protezione Civile si occupa anche di Spazio? In un certo senso sì.
Vediamo in che modo sono collegati.
Solamente due anni fa, più precisamente nel marzo del 2018, la Tiangong-1 (il cui nome, tradotto, significa “Palazzo Celeste” o “Tempio del Cielo”) la prima stazione spaziale cinese, progettata per essere un vero e proprio laboratorio di ricerca orbitale e lanciata nello spazio nel 2011, concludeva la sua missione ed iniziava la sua fase di rientro.
Qualcosa però era andato storto.
Disabitata dal 2013, a causa dello spostamento del suo equipaggio su altre navicelle secondarie (le Shenzou 9 e 10), pur continuando ad inviare i suoi dati, relativi al monitoraggio degli oceani e delle aree verdi del pianeta, aveva iniziato già nel 2016 ad interrompere le comunicazioni con il centro di controllo a terra e iniziato, inevitabilmente, la sua discesa “incontrollata” verso la Terra.
Inizialmente, infatti, era stato previsto che, come per la maggior parte dei veicoli spaziali al termine delle loro funzioni, sarebbe stata guidata ad “atterrare” in quella che è comunemente conosciuta come la South Pacific Ocean Unpopulated Area (SPOUA), un vasto spazio di mare situato in mezzo all’Oceano Pacifico meridionale e considerato come un vero e proprio “cimitero dei satelliti”.
Purtroppo però, la perdita dei controlli a distanza nella fase di discesa, comporta un enorme rischio in quanto non può essere programmata l’accensione dei motori per un rientro “guidato”, con conseguente imprevedibilità dell’area d’impatto con il suolo terrestre. Non riuscendo ad impartire comandi al veicolo spaziale, anche per la Tiangong-1 l’unica cosa rimasta era iniziare ad effettuare i relativi calcoli in modo da prevedere almeno le possibili variabili riguardo alla data e al luogo del rientro.
É così che, nel marzo del 2018, il sistema di Protezione Civile Nazionale, coadiuvato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e altri enti ad essi collegati, come il Centro Nazionale per le crisi e le emergenze ambientali e il danno e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) dell’’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), hanno istituito una commissione tecnico-scientifica per prevedere le eventuali traiettorie di rientro della Stazione, in area di pertinenza italiana.
Tra i diversi paesi del mondo messi in allerta c’era stata, infatti, anche l’Italia.
Toscana, Lazio, Marche, Abbruzzo, Umbria, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna furono le Regioni inizialmente coinvolte. Era stato calcolato che l’Italia Centro-Meridionale aveva lo 0,2% di probabilità di ricevere i frammenti della stazione.
Trattandosi di un rientro incontrollato, per tutte le Agenzie regionali coinvolte fu difficile prevederne il comportamento, soprattutto dal momento del suo contatto con l’atmosfera, e riuscire così a calcolare la sua esatta traiettoria di rientro.
«Per convenzione si dice che un oggetto rientra nell’atmosfera quando precipita a 120 km di quota. Da quel punto in avanti l’attrito dell’aria diventa sempre più significativo e delle strutture esposte di grande area e massa contenuta (per esempio dei pannelli solari, delle antenne o delle appendici di varia natura) possono staccarsi anche tra i 110 e i 90 km di altezza. […] Solo in seguito, a causa dell’azione combinata delle forze aerodinamiche e del riscaldamento prodotti dall’attrito dell’aria, la struttura principale si disintegra e i singoli componenti si trovano a loro volta esposti alle condizioni proibitive dell’ambiente circostante. Il destino dei vari pezzi dipende dalla loro composizione, dalla loro forma, dalla loro struttura, dal rapporto area su massa e da quando vengono rilasciati durante la discesa. Gran parte della massa si vaporizza ad alta quota, ma se il satellite è sufficientemente massiccio e contiene componenti particolari, come serbatoi di titanio e
masse metalliche in leghe speciali, la caduta al suolo di frammenti solidi a elevata velocità, fino a qualche centinaio di km/h, è possibile.» (fonte: sito del CNR)

Il Dipartimento di Protezione Civile dunque, allertato su vasta scala, lavorò per giorni ad un Tavolo Tecnico istituito per l’occasione, al fine di analizzare gli scenari di un possibile impatto e le relative conseguenze per la popolazione e l’ambiente (come ad esempio la dispersione della monometilidrazina, il propellente utilizzato dalla stazione spaziale, tossico per l’ambiente e per l’uomo).
Di fatto, anche se il rischio di essere colpiti da oggetti provenienti da residui di veicoli orbitanti, per un essere umano, è nell’ordine di uno a centomila miliardi (1:100.000.000.000.000), percentuale di per sé bassissima, niente poteva essere lasciato al caso, e necessitava della massima attenzione.


Nel giro di pochi giorni, grazie all’aiuto dei satelliti e al costante lavoro delle agenzie spaziali di tutto il mondo, si riuscirono a calcolare con più precisione le zone in cui la stazione sarebbe rientrata. La probabilità per l’Italia scese allo 0,1% e il 2 aprile 2018, alle ore 02.16 (ora italiana), gli ultimi frammenti della Stazione caddero in mare, in una zona dell’Oceano Pacifico, a circa 800 km a est delle isole Samoa.
Quello della Tiangong-1 è stato il primo banco di prova, per il nostro sistema di Protezione Civile, per poter analizzare gli scenari di rischio creati da una situazione di questo tipo. L’importanza del monitoraggio continuo dell’evoluzione degli oggetti artificiali che ruotano attorno al nostro pianeta, ha reso sempre più necessario il lavoro di collaborazione tra le diverse agenzie, anche mondiali, che si sono trovate ad affrontare questa emergenza.
L’Europa ha avviato già da qualche anno (nel 2014) un accordo tra le sue nazioni chiamato SST (Space Surveillance and Tracking) dedicato proprio al controllo e al tracciamento dei detriti spaziali. Inoltre, «nell’ottica della massima sinergia istituzionale, è stato istituito a livello nazionale un Organismo di Coordinamento ed Indirizzo (OCIS), di cui fanno parte l’Aeronautica Militare, lo Stato Maggiore Difesa, l’Agenzia Spaziale Italiana (nel ruolo di National Entity) e l’Istituto Nazionale di AstroFisica. L’OCIS contribuisce al Consorzio Europeo SST e si coordina ad alto livello con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI)» (fonte: sito dell’Aeronautica Militare). 

Da volontario di Protezione Civile e da studente di Ingegneria Aerospaziale sono convinto che la cooperazione tra enti e Stati di tutto il mondo possa solo giovare al benessere della popolazione. Che si tratti di un incendio, un allagamento o un satellite fuori controllo il segreto è sempre lo stesso: Lavoro di Squadra.

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