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La più bella del mondo


di Angel Galli

«La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.»
(Piero Calamandrei)

Alle 17:00 del 22 dicembre del 1947 Enrico De Nicola sta firmando un corposo documento, che gli viene presentato da Alcide De Gasperi ed Umberto Terracini, e che verrà controfirmato anche da Giuseppe Grassi. Si trova nel suo ufficio al secondo piano di Palazzo Giustiniani; ha scelto di non risiedere al Quirinale perché ritenuto improprio per lui, giunto a Roma con la sua auto privata per assumere un incarico provvisorio, per il quale aveva persino rifiutato lo stipendio.

La scena è sobria, quasi austera: l’ingombrante scrivania di legno è coperta da un pesante drappo, sul quale sono appoggiati solo due calamai e le quattro penne da ufficio utilizzate dai firmatari.

Poco prima lo stesso De Nicola aveva affermato, rivolto a De Gasperi:

«L’ho letta attentamente. Possiamo firmare con sicura coscienza.»

Da quell’istante però quella firma trasformerà, suo malgrado, proprio lui, un monarchico, nel primo Presidente della Repubblica Italiana.

Repubblica.

Un concetto che affonda le sue radici addirittura nella storia romana e che, a quei tempi, non era affatto scontato, come pare, invece, ai giorni nostri; il referendum popolare per decidere la forma di governo dell’Italia si era svolto appena un anno prima sulle macerie di un disastroso conflitto mondiale, trasformatosi in una lacerante guerra civile, colma di dolore, odio e morte.

Un altro passaggio di Piero Calamandrei, uno dei componenti più illustri dell’Assemblea Costituente, ci racconta il duro cammino percorso prima di giungere, finalmente, a quello storico momento:

 «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Fin dalla votazione del 2 giugno 1946 era apparso però subito evidente che il vento stava cambiando: per la prima volta il popolo si esprimeva democraticamente sulla forma di governo che desiderava per il proprio Paese. E aveva votato davvero tutto, il popolo: vecchi, giovani, uomini, donne, senza alcuna distinzione; essi avevano deciso di voltare pagina, abbandonando per sempre la monarchia ed affidando le proprie speranze di ricostruzione alla repubblica e ad un’assemblea costituente.

Una vera rivoluzione.

Lo spirito del 2 giugno, colmo di speranza per il futuro, in qualche modo contagiò anche i delegati dell’assemblea che, appartenenti agli schieramenti politici più diversi, come democristiani, comunisti, liberali e socialisti, e pur tra mille contrasti, scontri, ripensamenti, riuscirono a trovare la convergenza su un testo costituzionale assolutamente rivoluzionario, pregno di passione per l’uomo, inteso come cittadino, ma, soprattutto, come individuo dotato di diritti fondamentali inalienabili.

Proviamo allora a scorrere insieme qualcuno degli articoli, e scopriremo come ognuno di essi è uno scrigno colmo di valori preziosi dove ogni singola parola è una miniera inesauribile di idee rivoluzionarie.

Art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Il testo ci pone subito davanti agli occhi i primi pilastri su cui viene costruito l’impianto democratico: il lavoro ed il popolo. Il lavoro inteso non solo come un semplice rapporto economico tra due soggetti, ma soprattutto come un diritto, ribadito poi anche nell’articolo 4:

Art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Il lavoro, quindi, è pensato come uno strumento sociale che riesce ad elevare l’uomo, rendendolo partecipe dello sviluppo del Paese e permettendogli di partecipare attivamente alla vita democratica e sociale, nonché ad esercitare quella sovranità già citata nella seconda parte dell’articolo 1. Lo spirito rivoluzionario che si può scorgere nel testo è il passaggio che sottolinea il ruolo attivo della Repubblica, la quale “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto,” assumendosi l’onere di creare le condizioni sociali e politiche più favorevoli al lavoro ed al suo corretto svolgimento, ipotizzando anche, per la prima volta, un legame diretto tra esso ed un concreto concetto di libertà, sia individuale che collettiva, che certamente incontrerebbe maggiori ostacoli nello svilupparsi in mancanza di lavoro. É importante sottolineare anche un altro concetto, sotteso alle parole del testo: quello della libertà di scegliere, per ognuno di noi e secondo le proprie possibilità, il posto che desidera occupare nella società civile, svolgendovi “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale” della stessa. Da questo passaggio emerge un’altra idea rivoluzionaria, legata non solo all’autodeterminazione, ma, piuttosto, alla dignità della persona umana, posta al centro dell’impianto costituzionale in tutte le sue sfaccettature, come possiamo vedere meglio in un altro articolo.

Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

In questo passaggio viene sancita, pur nelle innumerevoli differenze che ci contraddistinguono come individui, l’uguaglianza di fronte alla legge e la pari dignità sociale; quest’ultima però non è intesa solo come un principio astratto da tenere come riferimento, ma come qualcosa di concreto per la quale la Repubblica deve rimuovere gli eventuali ostacoli che impedissero, di fatto, “il pieno sviluppo”. Di nuovo, quindi, la nostra Costituzione pone al centro la persona umana, fissando un obiettivo ambizioso come quello di agevolare una crescita armonica dei suoi cittadini, intervenendo attivamente per garantire quei diritti fondamentali che possano proteggerli dall’arbitrio e dalla sopraffazione, spesso conseguenza di una disuguaglianza di fatto legata, ad esempio, “a condizioni personali e sociali” come la povertà e la sua mancanza di prospettive. Concetti già citati in altri testi simili, quali ad esempio la Costituzione Americana:

“(…) tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”. (Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, 4 luglio 1776)

Nella nostra Carta Costituzionale però, la Repubblica ha un ruolo più propositivo, direttamente coinvolta nell’aiutare i propri cittadini nella loro ricerca, sgravandoli da tutte quelle barriere e disuguaglianze che possono ostacolarla, indicandoci anche una possibile strada per partecipare di questo impegno:

Art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ovesi svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

In questo passaggio è importante sottolineare che i diritti inviolabili dell’uomo, vengono ‘riconosciuti’; non sono, in altre parole, ‘concessi’, perché essi sono parte stessa della persona e, quindi, ad essa appartenenti. Ma il testo compie un ulteriore importante balzo in avanti: tali diritti sono considerati ‘inviolabili’ e la Repubblica si pone, ancora una volta, come soggetto attivo, impegnandosi a garantirne l’inviolabilità e, richiedendo ad ognuno di fare la sua parte, adempiendo ai propri “doveri inderogabili di solidarietà.”, da esercitare in tutti i campi.

Si pongono così, quindi, solide basi per agevolare il compito di ogni cittadino, anche nell’ambito di quelle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, richiamandolo ad un sentimento solidaristico comunitario che, ed ecco un’altra grande rivoluzione, è finalizzato ad assicurare anche ad ‘altri’ i loro diritti inviolabili, non ultimi, ovviamente, quelli fondamentali alla vita, alla salute ed alla dignità sociale.

In altre parole, anche a noi Volontari, che spesso siamo chiamati ad operare per la Protezione Civile nell’assistenza alla popolazione in caso di calamità, la Carta Costituzionale indica la via da percorrere: fondandosi sul lavoro e sul contributo che ognuno di noi può dare ad ogni persona umana e alla difesa dei suoi diritti inviolabili, quali la dignità e lo sviluppo della sua personalità, che sono i pilastri sui quali costruire un futuro di uomini pienamente liberi e pronti, ognuno a modo proprio ma corresponsabile, ad intraprendere quel viaggio alla ricerca della felicità che è la vita.

Di fronte a questa sfida che ci viene proposta da una Costituzione così bella, figlia di una guerra civile, che racconta il sacrificio di tanti morti, e che contiene in essa il pensiero profondo di tanti italiani illustri come Mazzini, Cavour, Cattaneo, Garibaldi, Beccaria, solo per citarne alcuni, come possiamo noi, uomini liberi, tirarci indietro?

Forse, allora, dovremmo fare nostre le parole di un altro padre della nostra carta costituzionale:

“La Costituzione è un buon documento; ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua.”
(Sandro Pertini)

https://www.quirinale.it/
https://www.senato.it/home
https://www.camera.it/leg18/1

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