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BREVE STORIA DI UN COMPLEANNO … TRICOLORE

(di Alessia Bonino)

Quante volte abbiamo innalzato la nostra bandiera per festeggiare qualcosa? Una vittoria sportiva, una ricorrenza storica, un’inaugurazione, una giornata solenne, insomma, un evento nazionale che ribadiva al mondo intero, o almeno alla comunità presente, la nostra identità di popolo? Il calendario ne è pieno. Ogni giorno, e anche più di uno in uno stesso giorno, c’è qualcosa da ricordare. È un po’ come per il compleanno: una volta all’anno è bello incontrarsi per ricordarlo.

Ricordiamo, e festeggiamo quel giorno, sì, proprio quello, di quando è nato qualcuno, o qualcosa, oppure abbiamo vinto contro qualcuno, o qualcos’altro è stato sconfitto; oppure vogliamo ricordare che è successo un fatto importante, a volte bello, a volte meno, ma vogliamo comunque non dimenticarlo, che poi è una forma per dimostrare il nostro rispetto a chi l’ha vissuto e non c’è più; e infine, è come quando ci viene chiesto di essere presenti come Nazione, insieme ad altre diverse nazioni, che per qualche motivo si trovano riunite, e allora ci si deve mettere il vestito più bello che ci faccia risplendere, quello che, in mezzo a tutti gli altri, ci faccia riconoscere.

Eccola lì, la nostra bella bandiera.


Bandiera della Repubblica Romana

In questi particolari giorni, che rappresentano eventi speciali, e quindi straordinari ed eccezionali, spesso cambiano i partecipanti, e anche gli anni da contare, che aumentano sempre, visto che il nostro tempo va in avanti, ma … c’è una cosa che non cambierà mai: la presenza della nostra bandiera.

 È un punto fermo. Di qualunque dimensione o formato, la riconosceremmo comunque.

La chiamiamo affettuosamente tricolore, perché così è un po’ come chiamare un amico col suo soprannome, quello che gli abbiamo dato noi: fa più famiglia.

Perché questo fa di noi, e rappresenta, il nostro Tricolore: definisce chi siamo. Ci dipinge e ci distingue. È il nostro abito, (parola che deriva dal latino ‘avere’) e quindi, in un certo senso, significa: “io sono tutto ciò che mi porto addosso, che possiedo”, e per esteso: “io possiedo veramente solo ciò che mi posso portare appresso, e quindi se lo indosso viene più facile, mi si vede meglio, non devo neanche spiegarlo troppo a nessuno. Parla per me”.

I simboli nascono così.

E la nostra bandiera nazionale, il nostro Tricolore, è forse il simbolo più bello che ci appartiene. A me personalmente mette gioia solo a guardarlo, perché non è solo mio, e allo stesso tempo è davvero mio, ed entrambe le cose, messe insieme, significano che mi sento parte di qualcosa ‘di più grande’. Che poi, non è certo solo un disegno geografico a forma di stivale, ma qualcosa di più profondo, e sicuramente di più esteso. E per me sta tutto dentro quei ‘colori’, nella loro storia, nel suo essere sopravvissuto fino ad oggi, a tutto ciò che è accaduto al nostro Paese … il suo spirito.

Lo spirito della nostra bandiera.

E con quello, una volta che lo trovi, ci puoi davvero andare dappertutto, e viaggiare, anche e soprattutto nel tempo, e nella Storia, perché ricordare è, letteralmente (dal latino) ‘riportare al cuore’ (là dove un tempo si credeva avesse sede la memoria, altro che cervello!), e celebrare ha in sé il significato di ‘fare qualcosa così tante volte da renderlo solenne’.

Questa è oggi la Festa del Tricolore.

E c’è una data, il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, la prima forma politica sotto cui nasceva l’idea di Italia, accettò e stabilì quali dovevano essere i colori della bandiera sotto cui restare uniti: “[…] Verde, Bianco Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti.”  

E ci sono due nomi, Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis,che sono i due giovani studenti bolognesi che per primi unirono al bianco e al rosso, i colori della loro città, il verde, come simbolo della speranza, che li accomunava nell’idea di un futuro di libertà, per farne un segno di riconoscimento da adottare tra  i loro simili e da diffondere il più possibile, come l’idea che vi soggiaceva. Si era ai tempi dei primi moti insurrezionali, nati tutti sulla scia della Rivoluzione Francese, e l’Italia, come Repubblica così come la conosciamo oggi, era ancora al di là da farsi, rimanendo sotto l’egida ‘straniera’ austriaca.

Forse, ancora più rivoluzionaria fu l’idea di riconoscersi tutti sotto un unico vessillo, di stoffa, rappresentativo ora di un’ideale politico (qui nel senso più puro di “azione”) da innalzare ‘davanti ‘ e ‘al di sopra’ degli stessi eserciti, costituiti dal popolo tutto, quando fino ad allora, una bandiera era stata solo uno stemma, prerogativa della casata regnante, che in nessun caso veniva ‘sentito’ come ‘proprio’ dalla popolazione.

La Rivoluzione del 1789 cambiò tutto, e i tricolori “nazionali” (primi fra tutti, a nascere, furono quelli di Francia, Italia, Romania, Messico e Irlanda, simili nella forma, diversi nei colori) divennero veri e propri simboli repubblicani, di libertà e di rivoluzione, espressione di una volontà di Indipendenza che aveva invaso, travolto e ridisegnato una nuova mappa dei confini nazionali.

Il resto, come si dice, è Storia.


Bandiera sabauda (stemma dei Savoia)

Qui nasce dunque il nostro Tricolore, agli albori e fin dentro lo spirito del Risorgimento, e se da allora in avanti di esso cambiarono: la forma, da quadrata a rettangolare; la disposizione delle strisce, da orizzontali a verticali; l’emblema inserito di volta in volta al suo centro (racconto di un percorso  di cambiamento continuo, specchio dei diversi “governi” susseguitisi al potere) come gli stemmi araldici delle grandi casate, gli emblemi monarchici, le frasi rappresentative dei motti politici, e oggi scomparsi del tutto … i colori, invece, sono rimasti.

Da bambini ci raccontavano che questo era il significato dei colori dell’Italia: il bianco della neve dei monti, il verde dei boschi e delle valli, il rosso del sangue di chi aveva combattuto per essa, oltre al colore dei suoi vulcani, eco tutti delle parole che il Carducci trovò per elencare le bellezze del Bel Paese in un discorso memorabile che tenne a Reggio Emilia, in occasione del centenario del Tricolore.

Pochi sanno però che, a suo modo, li menzionò anche Dante quando, parlando delle tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, così le descrisse:

«Tre donne in giro da la destra rota 
venian danzando; l’una tanto rossa 
ch’a pena fora dentro al foco nota;

l’altr’era come se le carni e l’ossa 
fossero state di smeraldo fatte; 
la terza parea neve testé mossa»

(Purgatorio, XXIX, 126-129)

Gli studiosi affermano che le generazioni del nostro Risorgimento sicuramente attinsero e condivisero le parole del Sommo Poeta, identificandosi nel suo auspicare una società civile più unita e virtuosa, che, profeticamente, ancora doveva nascere.

Oggi, dopo tutti questi secoli, gli stessi simboli ci uniscono e ci identificano come Nazione.  La bandiera ci ricorda che possiamo essere un unico Popolo, e diventare, se lo vogliamo, una moltitudine, e anche che, per quanto piccolo, un semplice stemma ricamato su una giacca, un piccolo tricolore in forma di scudetto, che sia posto all’altezza del cuore o sull’alto di una spalla, ci accomuna e ci identifica andando al di là dei singoli particolarismi come Associazioni, perché, ancora una volta, l’obiettivo da raggiungere è sempre lo stesso, e l’intento del voler ‘fare la nostra parte’, come Protezione Civile, per il Bene comune, condiviso.

Portiamolo con orgoglio, quel tricolore, perché l’Ideale che ci ha preceduto, non è venuto meno.

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